Le novità che presenteremo a Expotraining, Milano 23-24 Ottobre 2019

Ferruccio Fiordispini
Country Manager Emergenetics®, HR Organizational Development, Training & Coaching, Recruiting & Performance Solutions

La nostra offerta di servizi per lo sviluppo e la gestione delle Risorse Umane si sta ampliando grazie a nuove alleanze con partner internazionali e nazionali, tutti caratterizzati da un elevato contenuto di innovazione.

In occasione di Expotraining, presenteremo:

Integrity Meter: un innovativo test per la selezione del personale che aiuta a gestire il rischio di inserire nella propria Azienda candidati non in linea con i valori, le policy ed i requisiti essenziali delle posizioni che andranno a ricoprire

Team-CARE: il primo test, interamente sviluppato in Italia, concepito per il Team Coaching. Team-CARE restituisce un assessment – a livello di singolo Team così come della intera organizzazione –  che misura in modo integrato la condizione del Team Leader e lo stato di funzionamento del Team. Su queste basi il Coach può meglio indirizzare, argomentare e gestire il programma di intervento adatto alla situazione

Con-Testo: la prima piattaforma on-line che aiuta la Direzione del Personale a tracciare e gestire le contestazioni ai dipendenti, consentendo di risparmiare tempo e possibili errori o dimenticanze nel pieno rispetto della normativa vigente.

Per saperne di più, venite a trovarci al nostro stand a Expotraining!

5 segnali per un cambiamento culturale

Già nel 2016 uno studio effettuato da Deloitte (2016 Global Human Capital Trends) ha evidenziato come per l’82% degli intervistati la cultura sia un vantaggio competitivo, sia il vero driver  che indirizza la propensione all’innovazione, l’attenzione al servizio al cliente e più in generale il comportamento quotidiano di tutti i collaboratori.

Deloitte-2016-Human-Capital-Trends
82% degli intervistati considera la cultura aziendale importante o molto importante per il successo della Azienda

Non si può non sottolineare con un certo rammarico che analizzando le risposte per Paese, l’Italia risulti ultima in graduatoria, pur sempre con un 80% di rispondenti che attribuiscono “importante” e “molto importante” alla cultura ma con una distanza di ben 14 punti percentuali dal vertice della classifica.

Un dato vecchio? Una vista parziale? Può darsi. Vale comunque la pena di provare a riflettere su quali siano i segnali che ci possono far pensare sia tempo di mettere in discussione la cultura della nostra azienda.

# 1 – Si comunica poco, anche quando ci sono evidenti criticità

Se la comunicazione non funziona, la collaborazione e la produttività precipitano. Comunicare è fondamentale in ogni momento ma diventa drammaticamente importante quando si affrontano momenti o periodi difficili. E’ il manager il primo facilitatore della comunicazione: qual è lo stile con cui i vostri manager coltivano le relazioni con i loro collaboratori? Sono in grado di riconoscere come i collaboratori preferiscono comunicare e sono consapevoli dell’effetto del loro personale stile di comunicazione? Avere consapevolezza degli effetti della propria espressività, assertività e flessibilità sui collaboratori è il punto di partenza per costruire uno stile manageriale rispettoso delle differenze che possono – e devono – esistere all’interno di un gruppo di lavoro. E che metta ogni collaboratore nelle condizioni di esprimere il proprio talento e portare il proprio originale contributo al lavoro di team.

# 2 – La diversity c’è, ma non è gestita

“Diversity is good” è assodato, almeno sulla carta e nelle centinaia di studi che ne hanno documentato la rilevanza. Peccato che questa condizione necessaria sia lungi dall’esser sufficiente. E non parliamo soltanto della diversity più immediatamente visibile e “famosa”: il genere. Parliamo della diversity di estrazione ed esperienza professionale, di provenienza, di cultura: tutti elementi di potenziale ricchezza se opportunamente riconosciuti, coltivati e gestiti. Senza inclusione, non c’è possibilità di trasformare in valore quanto di per sé è spesso soltanto fonte di conflitto e difficoltà di comunicazione. Introdurre una ulteriore dimensione, trasversale ad ogni essere umano, che è legata a come le persone pensano e si comportano, contribuisce a favorire la costruzione di uno stile manageriale più adatto a creare un clima inclusivo, favorevole alla espressione del talento individuale.

# 3 – L’engagement dei collaboratori lascia assai a desiderare

Ammettiamolo: il coinvolgimento dei dipendenti è uno degli indicatori più importanti della salute organizzativa e conseguentemente delle performance. Cosa stai facendo per monitorare e intervenire su questo aspetto? Quali sono i valori e le leve su cui agire?

# 4 – C’è una grande resistenza al cambiamento

Si parla di immunity to change come reazione naturale di qualsiasi organismo al cambiamento: ce ne rendiamo conto molto bene quando affrontiamo l’ennesima dieta dimagrante. Le organizzazioni reagiscono allo stesso modo, la resistenza è sovente la prima manifestazione di difesa che viene posta in essere. Se questa è la norma nella tua azienda, bisogna intervenire per modificare l’atteggiamento naturale di difesa dello status quo.

# 5 – I migliori scappano

Di solito è sempre così ed è accettabile che lo sia entro certi livelli. Teniamo conto che i migliori talenti non solo son sempre quelli più ricercati ma sono anche quelli che sentono molto prima degli altri che le condizioni complessive dell’azienda non sono in buona salute. Banale dirlo, ma se i migliori vanno via, ci si ritrova solo coi mediocri (e i peggiori).

Bene, sei arrivato in fondo: come ritieni che sia messa la tua Azienda su questi 5 punti?

Ci sono già tutti gli elementi per costruire un business case per una revisione culturale?
Identificare le aree dolenti è un processo che risveglia la nostra consapevolezza, che è la qualità essenziale necessaria per un promuovere un cambiamento reale, duraturo e positivo.

Come leader, hai il potere di adattare la tua cultura in modo significativo. Ora che hai notato i segni che indicano la necessità di evolvere della tua organizzazione, dovresti continuare a sviluppare la tua consapevolezza e presenza e iniziare a influenzare la cultura a partire da te stesso.

Quali sono le aree della tua leadership allineate o disallineate con la tua cultura ideale? Come stai, come leader, contribuendo al tuo ambiente organizzativo? Con le risposte a queste domande, puoi iniziare a fare i cambiamenti necessari che trasformeranno la cultura della tua organizzazione.

 

 

IX Festa Scienza Filosofia di Foligno, un breve resoconto

Ferruccio Fiordispini
Country Manager Emergenetics®, HR Organizational Development, Training & Coaching, Recruiting & Performance Solutions

Dall’11 al 14 Aprile si è tenuto a Foligno la Festa di Scienza e Filosofia, la più bella

Mary Case Festa Scienza Filosofia
Mary Case, neuroscienziata di riferimento di Emergenetics

manifestazione culturale Umbra, alla sua IX edizione, mirabile composizione del sapere scientifico e del sapere umanistico. Emergenetics è presente come sponsor e come relatore: Mary Case, neuroscienziata di riferimento di Emergenetics ha tenuto una relazione sul tema del “microbiota e dei suoi effetti sul cervello umano”.

 

 

 

Brustenghi Festa Scienza Filosofia
Pierluigi Brustenghi “Il cervello e la mente nell’atto di decidere”

Altro intervento estremamente interessante quello del del Dott.Pierluigi Brustenghi, brillante neuroscienziato umbro (con cui Emergenetics ha avviato una proficua collaborazione scientifica), dal titolo evocativo: “Il Cervello e la Mente nell’atto di decidere. Un viaggio tra memorie corporee, strategie di illusione, desiderio, immaginazione, condizionamenti, simboli, estetica, credenze e probabilità”. Novanta minuti di coinvolgimento, sala (la più grande disponibile in città) strapiena, pubblico in delirio. A conferma del fatto che la scienza (e soprattutto la scienza che si occupa del nostro pensiero e del nostro comportamento, sulla base di serie e solide conoscenze specifiche delle caratteristiche del cervello), se ben spiegata e raccontata, è in grado di muovere l’interesse di tante persone.

Chi conosce bene Emergenetics, può notare la slide di apertura del dott.Brustenghi: non risulta familiare anche a voi?

“Tabula Rasa? Neuroscienze e Culture”​. Un breve resoconto.

Ferruccio Fiordispini
Country Manager Emergenetics®, HR Organizational Development, Training & Coaching, Recruiting & Performance Solutions

Nei giorni scorsi, a Firenze, precisamente dal 4 al 6 aprile 2019, si è tenuto un interessantissimo convegno, organizzato dalla Fondazione Intercultura, che ha visto confrontarsi neuroscienziati ed educatori, filosofi e interculturalisti, sul tema del rapporto tra cervello e culture.

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Più precisamente il convegno, dall’intrigante titolo “Tabula Rasa? A Blank Slate?” (ispirata a una celebre opera del neuropsicologo di Harvard Steven Pinker), è stato imbastito sulla cruciale domanda che Lamberto Maffei, neuroscienziato al CNR e alla Scuola Normale di Pisa, si è posto:

Se determinate proprietà siano già presenti alla nascita, e quindi siano riferibili ai geni che sono la base della costruzione di una determinata struttura cerebrale, o se siano frutto dell’esperienza.

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La Fondazione Intercultura non è nuova a queste iniziative di altissimo spessore, ma stavolta ha stimolato in me un interesse e una passione irraggiungibili.

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Cosa avrei potuto trovare di meglio, visto che sono un appassionato di educazione interculturale (sono un volontario di Intercultura Onlus da molti anni, e sono anche un formatore nazionale e internazionale per questa associazione) e di neuroscienze (principalmente a causa del mio ruolo di country manager e master trainer di Emergenetics)? Proprio per questo ho deciso di sponsorizzare questo evento, col brand Emergenetics.

 

 

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Vorrei far notare che il nome Emergenetics non è casuale, ma esprieme esattamente l’idea che noi siamo, in termini cognitivi e comportamentali, il frutto del combinato disposto di cultura, ossia l’ambiente in cui cresciamo e viviamo (Emerge) e natura (Genetics), ossia il patrimonio genetico ereditato dai genitori.

Nessuno altro sponsor sarebbe potuto essere più in linea con il titolo e con gli scopi di questo convegno, ossia capire come si combinano questi due aspetti: genetica e cultura.

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Non posso certo qui descrivere e sintetizzare le decine di interventi dei migliori neuroscienziati italiani (es. Maffei, Barbujani, Cavalli Sforza, Moro, Fabbro, solo per citarne alcuni) e internazionali (es. Pinker, Tattersall, Richerson, sempre per limitarmi a pochi nomi).

Mi limiterò a sintetizzare la mia esperienza avvalendomi fondamentalmente delle parole finali, mirabili e coinvolgenti, usate dall’Ambasciatore Roberto Toscano, Presidente della Fondazione Intercultura.

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Toscano, riprendendo una felice similitudine emersa durante una delle tante conferenze, ci sottolinea che, se “la genetica sta all’hardware come la cultura sta al software”, allora dobbiamo aver presente che il nostro cervello, per quanto potente, ha dei limiti strutturali, e come tutti gli hardware riesce a “far girare” in modo efficiente solo una parte del software culturale che creiamo in continuazione.

E in effetti l’evoluzione della cultura è assai più veloce dell’evoluzione biologica e genetica del nostro essere.

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Anche Toscano ammette, come me, che sarebbe bellissimo poter tornare indietro e studiare le neuroscienze, dato che son la branca del sapere umano che in questo momento sta crescendo di più, e mostra un’ampiezza di prospettive incredibili.

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Di fronte al dilemma uguaglianza-diversità, è ormai assodato che la diversità non si può spiegare col concetto di razza, che si è dimostrato del tutto fallace. Già Einstein, nel celebre e strepitoso aneddoto del suo arrivo negli Stati Uniti come esule, nel compilare la scheda per l’ufficio immigrazione alla voce razza riempì lo spazio con l’aggettivo “umana”.

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Ci sono però le differenze culturali. E queste sono evidenti, come anche le differenze cognitive e comportamentali. Su questo fronte, le neuroscienze stanno indagando e stanno arrivando a conclusioni assai interessanti, come ci hanno spiegato i numerosi neuroscienzati presenti al convegno.

Toscano ci ricorda, tuttavia, che le due dimensioni, genetica e culturale, non sono neutre. 

Basti pensare al campo politico, ove forse i conservatori potrebbero propendere per posizioni fortemente legate all’idea di prevalenza del DNA, cosa che potrebbe spingerli a nuove forme di razzismo.

I culturalisti, invece, tendenzialmente più fiduciosi nell’assoluta adattabilità di tutti a tutte le condizioni, sembrano più propensi a diventare progressisti.

In ogni caso, per tutti noi volontari di AFS Intercultura, un outcome importante di questo convegno è che le intuizioni di questa associazione internazionale dedita allo sviluppo dell’educazione interculturale sono confermate.

I ragazzi adolescenti che affrontano un lungo periodo di vita all’estero, ospitati da famiglie locali e frequentanti scuole locali, godono di un’esperienza che ha un impatto rilevante e positivo sul loro sistema cognitivo. È essenziale che i nostri giovani includano nel proprio bagaglio la parte variabile dell’essere umano, il vissuto delle differenze e della convivenza con le differenze.

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I ragazzi, vivendo questo genere di esperienze, si rendono conto che non tutto è diverso, anzi che in pratica la vita differente ha un suo senso, e perciò riescono a razionalizzare tali differenze. E lo fanno immergendosi pienamente, anteponendo la pratica alla teoria.

Lo scopo di questa esperienza non è l’assimilazione. Non dobbiamo puntare a una sola cultura mondiale. Però dobbiamo avere le skill necessarie a rapportarci con altre culture, sapendo individuare le differenze ma anche tutto ciò che è in comune.

Peraltro, Le abilità interculturali ci sono sempre utili, anche quando non lasciamo le nostre terre native. Il confronto con altre culture è di fatto inevitabile. Quello che ci serve non è l’assimilazione, bensì il dialogo. E il dialogo presuppone il rispetto. Non vogliamo essere relativisti, bensì pluralisti. Il pluralismo è un vero e proprio patrimonio dell’umanità.

Saper valorizzare le differenze porta al dialogo, alla collaborazione, alla pace.

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Con la Certificazione Emergenetics® potrai applicare con efficacia la metodologia e gli strumenti psicometrici, basati sulle neuroscienze, utili per le tue attività professionali di formazione, coaching, mentoring e team building nelle imprese e organizzazioni, nelle scuole e in famiglia.

Info e iscrizioni: https://www.emergenetics.com/italy/emergenetics_certification/

Consigli di lettura, “Neuroscienze a livello divulgativo: Boncinelli e Martino”

Ferruccio Fiordispini
Country Manager Emergenetics®, HR Organizational Development, Training & Coaching, Recruiting & Performance Solutions

Di recente ho pubblicato un articolo su LinkedIn e su questo blog, nel quale ho consigliato alcune letture per acquisire più competenze sul tema delle neuroscienze, suddividendo i testi suggeriti in 5 categorie:

 

 

 

1.     Neuroscienze a livello divulgativo

2.     Un po’ di biologia e di consapevolezza metodologica

3.     Neuroscienze approfondite

4.     Uno sguardo allargato alle scienze naturali ed etnoantropologiche

5.     I self help di qualità

Iniziando da quelle che ho chiamato “Neuroscienze a livello divulgativo”, vorrei consigliarvi due “bignamini” di poche pagine da consultare agilmente:

“Capire la mente” di Edoardo Boncinelli e “Il cervello, tra cellule e emozioni” di Gianvito Martino.

Si tratta di due brevissimi saggi, di circa 40 pagine ciascuno, che fanno parte della collana “Irruzioni” dell’editore Castelvecchi, collana che si ripromette di diffondere al grande pubblico alcune tra le migliori idee in molti campi del sapere, in forma semplice e sintetica, direttamente da noti scienziati, filosofi e pensatori contemporanei.

Prof. Edoardo Boncinelli
Prof. Edoardo Boncinelli

Il Prof. Boncinelli, di cui sono personalmente un grande estimatore, è uno scienziato divulgatore dal pensiero geniale e dall’eloquio strepitoso, che ha scritto una gran quantità di libri e che dirige numerosi festival scientifici, oltre a collaborare regolarmente col Corriere della Sera.

Fisico di formazione, ha sviluppato i suoi interessi nel campo della biologia diventando un affermato ricercatore, in particolare nella biologia molecolare.

Più recentemente, ha concentrato la sua attenzione di scienziato nell’ambito delle neuro-scienze, che rappresentano forse la frontiera più stimolante e dinamica dell’intero mondo scientifico contemporaneo.

Sostiene infatti che le possibilità di effettuare nuove sconvolgenti scoperte sui meccanismi di funzionamento del cervello umano sono altissime ed arriva a suggerire caldamente ai giovani di intraprendere studi e ricerche in questo campo.

Prof. Gianvito Martino
Prof. Gianvito Martino

Il Prof. Martino è invece un medico neurologo, con un importante incarico di ricercatore scientifico al San Raffaele di Milano. E’ indubbiamente uno dei principali neuroscienziati italiani. È anche un eccellente divulgatore, e un bravo scrittore.

 

 

 

Nel suo  “Capire la mente”, Boncinelli ci introduce, con assoluta semplicità e chiarezza, nella selva delle domande cui le neuroscienze hanno tentato e tentano ancora di rispondere.

Come funziona davvero la nostra percezione? Che cosa sono le emozioni? Dove si trovano i ricordi? E come agisce realmente la nostra limitata razionalità?

“Il cervello, tra cellule e emozioni” di Martino rappresenta il naturale compendio sintetico al testo di Boncinelli, perché ci fornisce tutta una serie di informazioni aggiuntive di base, relativamente al cervello e al suo funzionamento.

Il cervello pesa mediamente 1,5 kg, contiene circa 90 miliardi di neuroni,  oltre 100.000 miliardi di sinapsi, ossia di collegamenti neuronali che ci rendono unici: ciascun essere umano ha un universo irripetibile dentro la sua testa, un organo che opera a basso voltaggio, consumando l’energia di una lampadina da 20 watt, che invia solo i segnali necessari e funziona in rete

Insomma, leggendo questi due libriccini ci chiariamo un po’ di idee ed evitiamo di cadere in trappole o di credere a

Lucy - Luc Besson
Lucy, un film di Luc Besson

bufale, tipo quella assai popolare, secondo cui, dato che utilizzeremmo solo il 10% dei neuroni disponibili, potremmo aumentare le nostre capacità mentali diventando molto più intelligenti. Intrigante teoria, ma valida solamente per film fantascientifici (e anche un po’ distopici) tipo lo spettacolare “Lucy” di Luc Besson, interpretato dalla bella Scarlett Johansson…

 

 

Consigli di lettura, “Un po’ di biologia: Dawkins”

Ferruccio Fiordispini
Country Manager Emergenetics®, HR Organizational Development, Training & Coaching, Recruiting & Performance Solutions

Nel post di questo blog in cui ho presentato la mia bibliografia ideale per avere delle basi minime di biologia, necessarie per affrontare il tema delle neuroscienze, ho parlato di libro che cambia la vita, riferendomi al celeberrimo “Il gene egoista” di Richard Dawkins.

Libro che cambia la vita, sia nel senso che esso tratta dell’origine e dell’evoluzione della vita, basata sui replicatori universali e immortali, i geni; sia nel senso del “mio” libro della vita, quello che forse ha avuto in assoluto il maggior impatto su di me e sui miei pensieri.

Non sono l’unico, a dir la verità. Molte classifiche internazionali indicano questo saggio come il miglior libro della categoria non-fiction del XX secolo, addirittura! Io lo considero un capolavoro assoluto, perché in modo chiaro e lucido l’autore sviluppa una teoria allo stesso tempo affascinante e inossidabile, che rapisce la mente e l’intelletto del lettore.

Così come gli atomi sono i mattoni di base della materia, i geni sono i mattoni di base della vita. Non sono dotati di coscienza e intelligenza, ma è come se lo fossero.

Al punto che si “comportano” in modo “egoistico”, allo scopo di ottenere l’unico risultato per cui esistono: riprodursi, all’infinito.

Da qui la metafora del “gene egoista” che è, per l’appunto, una metafora, dato che i geni non hanno sentimenti o emozioni, ovviamente, ma sono stati progettati per “replicarsi” costantemente, ed egoisticamente.

In realtà i geni non sono immortali. Semplicemente la loro estinzione non coincide con la morte dei singoli organismi che essi tendono a costruire costituendosi in colonie, all’interno delle quali trovano occasioni di collaborazione sinergica.

Gli organismi che i geni costruiscono come “veicoli” sono batteri e virus, piante e alberi, insetti, elefanti e, naturalmente, l’homo sapiens… ossia noi.

Se si capisce il concetto, si capisce molto del funzionamento della vita. Si comprende anche come il nostro cervello si strutturi e anche perché Dawkins è uno dei paladini mondiali dell’ateismo.

Richard Dawkins è in effetti un etologo, biologo, divulgatore scientifico, saggista e attivista britannico, considerato uno dei maggiori esponenti dell’epoca contemporanea della corrente del neodarwinismo nonché del “nuovo ateismo”.

Dawkins, in effetti, riesce a dimostrare in modo stupefacente e razionalmente indiscutibile, perché e per come la vita possa essere nata sulla Terra senza bisogno di alcun “creatore” (o “orologiaio”, come lui ama definirlo utilizzando un’altra delle sue singolari metafore).

Detto questo, io da buon kantiano non posso che vederla in modo diverso, visto che la scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio, ma neanche la sua inesistenza.

Fin qui, tutto sommato, nulla di nuovo, se non una descrizione aggiornata e appuntita del darwinismo…si potrebbe dire.

Ma Dawkins condisce il tutto con una combinazione di chiarezza analitica e leggerezza narrativa (piena di humor tipicamente britannico), il che rende la lettura un’esperienza gradevolissima, per quanto densa e pregnante in ogni singola frase.

Se la teoria dei geni “egoisti” che guidano, grazie a una coscienza non cosciente e a un’intelligenza non intelligente, anche gli esseri viventi dotati di coscienza e intelligenza come noi umani è intrigante, la teoria dei “memi” (che Dawkins accosta opportunamente dichiarandola frutto di intuizioni, più che di evidenze inattaccabili) è assolutamente strepitosa.

Anche la sua idea di “memi” ha fatto nascere un consistente filone di letteratura scientifica e filosofica, nel tentativo di spiegare meglio l’evoluzione culturale dell’uomo.

Forse prima o poi scopriremo un DNA culturale, che conferma l’idea di evoluzione culturale, così come il DNA genico ha confermato l’intuizione darwiniana di evoluzione biologica.

Una volta letto il “Gene egoista”, nasce naturalmente il desiderio di proseguire la lettura di altri libri altrettanto interessanti di Dawkins, dal “Il fiume della vita”, che nell’edizione italiana contiene una bellissima prefazione del Prof. Boncinelli, a “Il fenotipo esteso”, oppure “Alla conquista del monte improbabile”, o “L’orologiaio cieco”, che nel titolo richiama la metafora del creatore di cui parlavo prima.

Consigli di lettura, “Neuroscienze approfondite: Dehaene”

Ferruccio Fiordispini
Country Manager Emergenetics®, HR Organizational Development, Training & Coaching, Recruiting & Performance Solutions

Con questa terza recensione, scritta per aiutarvi a capire come le attuali neuroscienze descrivono il funzionamento del cervello, voglio suggerire un autore eccellente, il neuroscienziato francese Stanislas Dehaene, matematico di formazione, poi specializzatosi in psicologia cognitiva e infine diventato uno dei più autorevoli neuroscienziati europei.

In particolare, vi suggerisco il suo magnifico trittico di libri:

“Coscienza e cervello”“I neuroni della lettura” “Il pallino della matematica”

Sono libri intensi, che richiedono una certa attenzione, ma sempre assai chiari e comprensibili.

In “Coscienza e cervello” Dehaene analizza quello che io amo definire il “pensiero convergente”, ossia il pensiero cosciente.

Per chi vuole avere un minimo di contezza su come funziona il cervello umano, capire come il pensiero convergente si sviluppa e si struttura è fondamentale.

Dehaene ci spiega come e quando appare il pensiero cosciente: l’informazione percepita coscientemente viene distribuita globalmente su gran parte della corteccia cerebrale per un tempo prolungato.

L’autore, in proposito, usa la brillante metafora di “valanga” neuronale.

Per questo, come noto, non soltanto noi percepiamo consciamente solo una minuscola percentuale dei segnali sensoriali che ci bombardano, ma quando lo facciamo, ciò avviene con un ritardo di almeno un terzo di secondo.

La “valanga” richiede un effetto di accumulo e concentrazione delle risorse e impiega tempo per dispiegarsi.

Una volta che ha prodotto i suoi effetti, il cervello comprende “consapevolmente” il significato di ciò che ha percepito.

La coscienza è perciò condivisione ad ampio raggio dell’informazione nel cervello (in quello che Dehaene chiama lo “spazio di lavoro globale”).

Il cervello umano ha sviluppato efficienti reti a lunga distanza, in particolare nella corteccia prefrontale, per selezionare l’informazione rilevante e disseminarla attraverso le sue strutture.

In “I neuroni della lettura”, Dehaene ci spiega che il cervello umano non si è sviluppato con una naturale predisposizione alla lettura (la scrittura è comparsa solo seimila anni fa, e l’analfabetismo ha caratterizzato la stragrande maggioranza della popolazione sino a pochi decenni fa).

Ma il cervello si è in qualche modo adattato alla scrittura e alla lettura. Grazie al cosiddetto “riciclaggio neuronale”.

Secondo questa teoria, l’architettura del nostro cervello è retta da forti vincoli genetici.

Tuttavia, i circuiti della nostra corteccia visiva possiedono un certo margine di adattamento all’ambiente, nella misura in cui sono dotati di plasticità e di predisposizione all’apprendimento neuronale.

Gli stessi neuroni, predisposti geneticamente alla comprensione della forma e ai dettagli dei volti, possono anche modificare le proprie attitudini di selettività per rispondere a oggetti artificiali, forme frattali o anche lettere.

Questo spiega perché qualsiasi bambino, anche discendente da un’intera linea di analfabeti, possa tranquillamente imparare a leggere e scrivere, magari diventando il miglior scrittore vivente.

In altri terminiil riciclaggio neuronale e la plasticità neuronale consentono al nostro cervello di adattarsi in modo stupefacente alle condizioni ambientali, ma non di superare limiti fisiologici dati dall’architettura dei circuiti neuronali stessi.

A quel punto sono i simboli grafici che costituiscono le lettere che si adattano alle caratteristiche del nostro cervello, e non viceversa.

Evidentemente, si tratta di un libro assolutamente interessante per chi si occupa di psicologia cognitiva e dell’apprendimento, ma anche per chi si occupa di linguistica e in generale di letteratura; e per gli insegnanti tutti, in particolare coloro che hanno a che fare con allievi dislessici.

Analogamente, “Il pallino della matematica”, è assai interessante per chiunque ami la matematica: capire come la mente umana funziona nel momento in cui effettua calcoli e pensa in maniera computazionale è importante.

Anche in questo caso Dehaene applica la teoria del riciclaggio neuronale, e ci dimostra che il cervello umano, già naturalmente predisposto a computazioni elementari (abilità peraltro presente in molti animali), si è saputo adattare all’interpretazione dei simboli numerici, e ha quindi sviluppato la capacità di effettuare calcoli complessi.

A quel punto sono i simboli grafici che costituiscono i numeri che si adattano alle caratteristiche del nostro cervello, e non viceversa.

Il fascino della lettura di questo genere di libri sta nel fatto che, come dichiara mirabilmente lo stesso Dehaene, la ricchezza dell’elaborazione dell’informazione fornita da una rete evoluta di circa 90 miliardi di neuroni cerebrali (di cui 16 miliardi di neuroni corticali) va oltre la nostra immaginazione.

I nostri stati neuronali fluttuano incessantemente in una maniera parzialmente autonoma, creando un mondo interno di pensieri personali, e anche quando sono posti a confronto con identici input sensoriali, essi reagiscono differentemente, secondo il nostro umore, i nostri obiettivi e i nostri ricordi.

Anche se tutti noi condividiamo lo stesso complessivo inventario di neuroni che codificano per il colore, la forma o il movimento, la loro organizzazione dettagliata trae origine da un lungo processo di sviluppo che scolpisce in maniera differente il cervello di ciascuno di noi, selezionando continuamente ed eliminando sinapsi per creare personalità uniche.

Il codice neuronale che deriva da questo incrocio di regole genetiche, esperienze trascorse e incontri casuali, quello che io chiamo Emergenetics, è unico per ogni momento e per ogni singola persona.

Consigli di lettura, “La storia dell’homo sapiens: Harari”

Ferruccio Fiordispini
Country Manager Emergenetics®, HR Organizational Development, Training & Coaching, Recruiting & Performance Solutions

Nell’articolo in cui ho presentato la mia bibliografia ideale per acquisire qualche competenza in più sul tema delle neuroscienze, ho indicato una serie di importanti libri che offrono uno sguardo allargato alle scienze naturali ed etno-antropologiche.

Come vi ho anticipato, di questi tempi seguitissimo a livello mondiale è il brillante storico israeliano Harari, che con i suoi bestseller “Da animali a dei. Breve storia dell’umanità” e il conseguente “Homo Deus. Breve storia del futuro” ha impressionato per il suo acume e per la sua capacità di osservare e spiegare i fenomeni che ci circondano. E’ appena uscito il suo ultimo libro “21 lezioni per il XXI secolo”, anch’esso imperdibile.

 

Con questi suoi tre libri, Harari si conferma un fantastico divulgatore e un vero e proprio talento della saggistica internazionale.

Yuval Noah Harari è un professore universitario israeliano che ha acquisito il dottorato in storia a Oxford. Il grande punto di forza di Harari è che egli è in grado di muoversi trasversalmente, e con grande abilità e sicurezza, in molte discipline. E contemporaneamente di mantenere una capacità di visione e concettualizzazione che rende il suo sguardo acuto e perspicace.

Si tratta di un aspetto che apprezzo molto, e che purtroppo spesso manca anche ai migliori tra gli studiosi e intellettuali italiani, alcuni dei quali sono eccellenti storici o filosofi, ma che fanno molta fatica ad aprire le proprie conoscenze e competenze ad aree evidentemente ostiche per loro, quali la biologia, le neuroscienze, l’informatica, la matematica, eccetera.

Una carenza non da poco! Troppo spesso per i nostri “umanisti“ sussiste ancora l’atavico vizio di dividere la sfera della cultura umanistica da quella scientifica, considerando, di fatto, la prima superiore rispetto alla seconda, in modo più o meno malcelato.

Il primo libro di Harari, il cui titolo originale, “Sapiens”, è assai più sintetico e significativo della a mio avviso pessima traduzione scelta dall’editore italiano, è un  saggio completo e profondo, da far adottare nelle scuole.

Si tratta di un libro portentoso, nel senso di grande impatto culturale e anche emotivo. Harari sorvola a “volo d’uccello” la storia dell’umanità, dalle origini ai giorni nostri, con una sagacia e un equilibrio che colpiscono il lettore.

Il testo è di una chiarezza e scorrevolezza encomiabili. L’autore riesce a rimanere su un piano concettuale e astratto ma, nello stesso tempo, a fare delle puntate “a terra” grazie all’uso di dimostrazioni ed esempi appropriati, pertinenti e, il più delle volte, inconfutabili.

Si tratta di un testo multidisciplinare, sia pur nel suo approccio divulgativo. Si parla di storia, biologia, antropologia, sociologia, psicologia, filosofia, religione, economia, ecc. con un acume intellettuale da far talvolta esclamare: “Perdinci, Harari ha capito tutto!”.

Diciamo che ha sicuramente capito come andare incontro ai gusti del lettore curioso e che desidera una spiegazione della realtà articolata ma omogenea e olistica.

L’emozione della lettura scaturisce dai tanti “wow” che l’autore provoca, e anche dal finale che sembra, incredibilmente, assomigliare a quello di un thriller.

L’autore rimane sempre su una posizione obiettiva e distaccata, pur quando si dilunga a parlare di religioni e ideologie. L’unico dubbio può sorgere, per l’appunto, quando nelle conclusioni appare un tantino “apocalittico”. Ma noi tutti sappiamo già che, almeno dal 1945, ossia dalla fine cruenta della seconda guerra mondiale con le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, le nostri sorti di umanità sono appese a un filo, che possiamo decidere di spezzare da un momento all’altro, anche solo per errore.

Il secondo libro di Harari, “Homo Deus. Breve storia del futuro”, è un’intrigante e affascinante, talvolta inquietante, descrizione del mondo che ci aspetta.

Il titolo dato dall’autore, Homo Deus, spiega forse il perché l’editore italiano abbia scelto quel titolo più articolato, “Da Animali a Dei”, per il primo saggio appena descritto.

Rispetto a questo, che vi ricordo descrive, a volo d’uccello, la storia dell’umanità dal momento della cosiddetta “rivoluzione cognitiva” ai giorni d’oggi, nella sua seconda opera Harari si cimenta, con una certa audacia, in un tentativo di predizione del futuro.

Per quanto nelle ultime pagine l’autore si preoccupi di avvisare il lettore che lui non vuole fare delle previsioni, bensì limitarsi a fornire degli strumenti di comprensione e d’interpretazione, la tentazione di descrivere uno scenario “distopico“, secondo il quale la tradizione umanista e liberale degli ultimi secoli sarà travolta da una nuova sorta di religione “datista”, evidentemente è stata troppo forte per lui.

Questo è l’unico grande difetto che trovo in questo saggio: non aver resistito alla tentazione di inoltrarsi su un terreno scivoloso come quello della predizione del futuro.

Non so se augurarmi o meno che le sue previsioni siano azzeccate (francamente, come detto, sono assai inquietanti), però farei notare che ci ricordiamo facilmente delle predizioni azzeccate da storici, politici, economisti, ecc. Difficilmente ci ricordiamo delle tanto più numerose “cantonate”, che gli stessi pensatori ben più frequentemente hanno preso. Perciò, calma e gesso…

Tuttavia, va detto che le analisi e le valutazioni che circondano il focus predittivo di Harari sono, come nel caso del bestseller precedente, assolutamente strepitose.

Ecco perché ritengo che si tratti comunque di una lettura molto interessante e stimolante.Da leggere, senza dubbio.

Così come è dal leggere il terzo libro, appena uscito, “21 lezioni per il XXI secolo”, che si concentra sul presente. Come dice lo stesso autore: Che cosa sta accadendo proprio adesso? Quali sono le sfide più grandi e le opzioni disponibili? A cosa dovremmo prestare attenzione? Che cosa dovremmo insegnare ai nostri figli? In effetti, in questo volume Harari mette a fuoco crisi sociali, economiche e politiche più immediate. Prevale la considerazione di ciò che minaccia lo stato sociale e determinate istituzioni come l’Unione Europea.

Consigli di lettura, “I self-help per pensare: Mancuso”

Ferruccio Fiordispini
Country Manager Emergenetics®, HR Organizational Development, Training & Coaching, Recruiting & Performance Solutions

Di recente ho pubblicato qui alcuni brevi articoli, con i quali ho consigliato alcune letture per acquisire più competenze sul tema delle neuroscienze.

Sembra siano stati apprezzati, e molti mi hanno chiesto di non limitarmi a segnalare una bibliografia, ma di recensire almeno alcuni libri o alcuni autori.

Perciò mi sono deciso a pubblicare alcune recensioni specifiche, sempre suddividendole per le 5 categorie con cui avevo inizialmente ripartito la bibliografia consigliata.

La quinta categoria riguardava la lista di quelli che, a mio avviso, sono i migliori libri che forniscono suggerimenti su come utilizzare in modo pratico le conoscenze neuroscientifiche  in ambito lavorativo e nella quotidianità.

Si tratta di libri che potremmo definire di “self-help”, un genere di saggi che spesso lasciano a desiderare, ma che in certi casi presenta delle vere e proprie perle.

Come nel caso del penultimo libro di Vito Mancuso, di cui vorrei parlarvi in questo quinto e conclusivo articolo di recensione: “Il bisogno di pensare”. Con esso, Mancuso produce una mirabile sintesi di taglio filosofico, ma seriamente basata sulle più avanzate conoscenze scientifiche, dei meccanismi del pensiero umano.

Sono un ammiratore del Prof. Vito Mancuso da molti anni, ormai. Figura d’intellettuale gentile e profondo del pensiero teologico, specificamente attivo nella nostra realtà italiana che, per quanto tenda inesorabilmente a una laicizzazione (o a un laicismo…dipende dai punti di vista) generalizzata, continua a essere influenzata da una cultura e da una presenza cattolica determinanti.

In realtà Mancuso va definito un filosofo, o più in generale un pensatore eclettico che fa leva su un proprio spirito religioso derivante (ma non del tutto coincidente) dalla dottrina cattolica.

Un pensatore assai efficace, sia nei suoi testi che nei suoi discorsi, e in grado di toccare corde importanti del nostro intelletto e del nostro cuore.

Mancuso, in ogni caso, si muove su binari di rigorosa competenza e conoscenza della storia della filosofia, dei suoi principali esponenti, e delle sue divagazioni e derivazioni teologiche.

Non è un linguista né un filologo, ma è strepitoso nel suo sapersi spiegare facendo riferimento all’etimologia di molte parole e alle loro radici concettuali.

In questo libro, che mi è piaciuto molto, Mancuso si addentra addirittura in alcune analisi, di stampo filosofico, che s’incrociano decisamente con la psicologia, gli studi in campo cognitivista, le neuroscienze. Il che era forse inevitabile, visto che l’autore affronta il tema del pensiero. E lo fa costruendo una teoria assai apprezzabile e convincente.

Intanto, con Marco Aurelio: “gegónamen pròs synergían”, espressione di solito tradotta con “siamo nati per la collaborazione”, che ci ricorda una realtà incontrovertibile. L’homo sapiens è sociale (un animale, aggiungo io, perché Mancuso non userebbe mai questa parola, sociale). Da qui scaturisce tutto, in realtà.

Mancuso si addentra poi in sottili ma efficacissime descrizioni sugli stati mentali e cognitivi: entriamo in contatto col mondo grazie alle sensazioni; le sensazioni diventano percezioni(“appercezioni” quando si muovono in direzioni intuitive, talvolta distorte e fantasticanti); le percezioni diventano concetti e concezioni.

Tuttavia, solo la sequenza ordinata (“l’architettura”) di concetti o concezioni diviene pensiero.

Un esempio che vorrei portare a supporto è la brillante distinzione tra sapienza e saggezza. Sapienza è qualcosa di diverso da saggezza, ci dice Mancuso, malgrado le altre principali lingue europee non facciano tale distinzione.

Saggezza è la capacità di discernimento delle cose e delle relazioni umane. Sapienza vuol dire anche espressività e assertività controllate, quindi giustizia.

La sapienza, perciò, è astratta. La saggezza è invece concreta. A differenza della saggezza, la sapienza non si accontenta della pratica ma aspira anche alla teoria, in quanto vuole ottenere una visione d’insieme.

Ma proprio perché le è superiore, nel senso che le sta sopra, la sapienza dipende dalla saggezza, come in un palazzo i piani alti poggiano su quello bassi. Senza la saggezza non si può dare la sapienza, mentre è vero il contrario: senza la sapienza si può dare saggezza.

Insomma, per chi come me è alla continua ricerca di risposte utili e perspicaci su come funziona la nostra mente, di come si generano i nostri pensieri, e quindi i nostri comportamenti, si tratta di un libro prezioso.

 

Consigli di lettura, “Neuroscienze per chi si occupa di Risorse Umane: bibliografia essenziale”

Ferruccio Fiordispini
Ferruccio Fiordispini Country Manager Emergenetics®, HR Organizational Development, Training & Coaching, Recruiting & Performance Solutions

Molti amici e clienti mi chiedono quali letture potrei consigliare loro, per acquisire più competenze sul tema delle neuroscienze.

Chi mi pone questa domanda dimostra di aver capito che, al giorno d’oggi, un direttore del personale, un formatore, un coach o un recruiter debbono avere un minimo di contezza su come funziona il cervello umano.

Le moderne neuroscienze, grazie soprattutto al rapido sviluppo delle tecniche di neuro-imaging, ci hanno fatto fare passi da gigante in queste conoscenze.

Chi si attarda a volerne fare a meno, perché si basa esclusivamente su principi di psicologia, sociologia, antropologia o scienze del management (tutte discipline fondamentali e sinergiche, peraltro) rischia di rimanere indietro, e di commettere gravi errori.

Noi di Emergenetics® basiamo i nostri strumenti e le nostre metodiche sulle moderne neuroscienze. Per questo io, come Master Trainer, ne sono un appassionato cultore.

In quest’articolo, proporrò una lista abbastanza ampia e diversificata di libri, di cui suggerisco la lettura. Essi sono divisi in cinque gruppi, per consentire di orientarvi secondo i vostri interessi e le vostre necessità.

In cinque successivi articoli approfondirò i singoli gruppi, con dei rapidi commenti per ogni libro. Perciò, continuate a seguirmi!

1- Neuroscienze a livello divulgativo:

In primo luogo, vi parlerò dei libri che possono costituire dei buoni supporti di base, a titolo puramente divulgativo e per farsi alcune idee. Certamente chiare, però, perché gli autori sono di tutto rispetto. Anzi, di altissimo livello.

A partire dal “re” dei divulgatori scientifici e culturali italiani, ossia il nostro Piero Angela nazionale che, con il suo “Viaggio dentro la mente”, ci fornisce una bella dose di informazioni chiare e comprensibili a tutti.

Per proseguire poi con un altro grande divulgatore scientifico, il prof. Edoardo Boncinelli, una delle menti più brillanti presenti in questo Paese. “Come nascono le idee” e “La vita della nostra mente” sono due ottimi testi introduttivi.

Molto utile e chiaro, oltreché accessibile a tutti, è il Prof. Gianvito Martino, con il suo “Usare il cervello”.

Se non si ha tempo, e si vuole avere un “bignamino” di poche pagine da consultare, vi suggerisco ancora i due eminenti scienziati, Boncinelli e Martino con, rispettivamente, “Capire la mente” e “Il cervello, tra cellule ed emozioni”.

2 – Un po’ di biologia e di consapevolezza metodologica:

Per approfondire il campo delle neuroscienze, e diventare un po’ più esperti e competenti, è necessario avere un minimo di conoscenze di biologia. Anche in questo caso suppliscono a meraviglia Piero Angela, con il suo
“Tredici miliardi di anni” e Edoardo Boncinelli, con il suo famoso “Prima lezione di biologia”. Entrambi libri di natura divulgativa e di facilissima lettura.

Se poi si vuole fare un salto in avanti, non si può non leggere il massimo capolavoro scientifico del secolo scorso, “Il gene egoista”, di Richard Dawkins. Un libro che cambia la vita di chi lo legge.

Infine vorrei fortemente suggerire la lettura del noto “Il cigno nero” di Nassim Nicholas Taleb. Non si tratta, ovviamente, di un libro di biologia, ma offre delle importanti indicazioni metodologiche, soprattutto di tipo statistico, che possono risultare assai utili nella lettura dei libri che andrò a presentarvi da questo momento in poi.

3 – Neuroscienze approfondite:

Col terzo gruppo di libri, entriamo nel vivo dei testi importanti, da me decisamente suggeriti, per capire adeguatamente come le attuali neuroscienze descrivono il funzionamento del cervello. Sono libri intensi, che richiedono una certa attenzione, ma sempre assai chiari e comprensibili, dato che i loro autori sono tutti grandi divulgatori scientifici di fama internazionale.

Per approfondire soprattutto il “pensiero convergente”, vi suggerisco il magnifico trittico del neuroscienziato francese Stanislas Dehaene: “Coscienza e cervello”, “I neuroni della lettura”, “Il pallino della
matematica”.

Il “pensiero divergente” viene invece ottimamente indagato dal premio Nobel Daniel Kahneman, con il suo splendido “Pensieri lenti e veloci”.

Per focalizzarsi sui meccanismi del “pensiero astratto”, vi suggerisco il grande psicologo cognitivo di Harvard, Steven Pinker, con i suoi “Come funziona la mente” e “Tabula rasa”.

Per capire bene il “pensiero concreto”, soprattutto l’esplorazione del sistema limbico e del suo funzionamento, è sempre validissimo l’altro grande e noto psicologo statunitense, Daniel Goleman, con il suo celeberrimo “Intelligenza emotiva”.

Per un’analisi del cervello più ortodossa, propongo quello che fu scelto come catalogo ufficiale dalla strepitosa e imperdibile mostra tenutasi a Milano nel 2014, intitolata Brain, proveniente dal Museo di Scienze Naturali di New York. Il libro, scritto da Rob DeSalle e Ian Tattersall, s’intitola, per l’appunto, “Brain”.

Molto interessanti anche Joe Dispenza, con “Evolvi il tuo cervello” e Louis Cozolino, con “Il cervello sociale. Neuroscienze delle relazioniumane”.

4 – Uno sguardo allargato alle scienze naturali ed etnoantropologiche:

La lettura dei libri appena citati non vi renderà neurologi o psicologi cognitivi, ma vi fornirà un’ampia conoscenza, che potrete opportunamente utilizzare nella vostra professione di responsabile delle risorse umane, di coach, formatore o recruiter. Però, a quel punto, non potranno non sorgere ulteriori curiosità scientifiche, tutte strettamente legate alla conoscenza del funzionamento del cervello umano e della sua evoluzione. Perciò vorrei
indicarvi una serie di libri nel campo più ampio delle scienze naturali e, soprattutto, dell’evoluzione dell’homo sapiens.

Come non leggere il grande etologo britannico Desmond Morris, famoso per il suo imperdibile “La scimmia nuda”, l’intrigante “L’animale donna” e lo stupefacente “L’uomo e i suoi gesti”?

E come non leggere Jared Diamond, autore degli strepitosi saggi “Armi, acciaio e malattie” e “Il terzo scimpanzé”?

Di questi tempi seguitissimo a livello mondiale è il brillante storico israeliano Yuval Noah Harari, che con i suoi bestseller “Da animali a dei. Breve storia dell’umanità” e il conseguente “Homo Deus. Breve storia del futuro” ha impressionato per il suo acume e per la sua capacità di osservare e spiegare i fenomeni che ci circondano. E’ appena
uscito il suo ultimo libro “21 lezioni per il XXI secolo”, anch’esso imperdibile.

Per concludere, mi piace citare l’antropologo britannico Robin Dunbar, con il suo “Di quanti amici abbiamo bisogno” e l’etologo olandese Frans De Waal, con il suo “L’età dell’empatia”.

Una bizzarra teoria, che si può leggere nel noto “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” è quella dello psicologo statunitense Julian Jaynes, ormai scomparso, come del tutto abbandonate e superate sono le sue idee. Pur tuttavia, si tratta di una lettura assai piacevole e fonte di una serie infinita di spunti e informazioni interessanti.

5 – I self help di qualità:

Concludo questo excursus letterario, con quelli che, a mio avviso, sono i migliori libri che potremmo definire di “self-help”, una categoria che spesso lascia a desiderare, ma che in certi casi presenta delle vere eproprie perle.

Come il celeberrimo “Le sette regole per avere successo” di Stephen Covey, un classico.

Oppure “Le armi della persuasione”, di Robert Cialdini, geniale psicologo di Stanford.

E che dire dell’altro brillante psicologo dell’università della California, Paul Ekman, con il suo “Giù la maschera. Come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso”?

Per un taglio più operativo e aziendalistico delle sue importanti teorie sull’intelligenza emotiva, voglio suggerire “Lavorare con intelligenza emotiva”, di Daniel Goleman, autore già citato prima.

Infine, vorrei concludere con un pensatore italiano che io stimo molto, un filosofo e teologo di grande sensibilità, Vito Mancuso, che con il suo recente “Il bisogno di pensare” produce una mirabile sintesi di taglio filosofico, ma seriamente basata sulle più avanzate conoscenze scientifiche, dei meccanismi del pensiero umano.